Un artista che in Italia non ha forse goduto della giusta considerazione – senza essere certamente sottovalutato – ma mai osannato come altri suoi colleghi, forse anche per un carattere schivo e riservato, è il pluristrumentista di Birmingham Steve Winwood, classe 1948. Eppure, almeno per me, è uno di quelli da mettere sul gradino più alto di un ipotetico podio. Tastierista – sia lo strumento il pianoforte oppure l’Hammond B3 – tra i più creativi e dotati di originalità, grandissimo chitarrista e con una delle più belle voci del firmamento musicale ha, anche, dalla sua una grande scrittura che lo ha visto comporre pezzi memorabili della scena musicale dagli anni ’60 quando, appena diciassettenne scrisse l’hit “Gimme Some Lovin’ assieme al gruppo nel quale militava all’epoca: The Spencer Davis Group. Il brano fu capace di raggiungere i primissimi posti delle classifiche radio USA nella sezione dedicata alla musica afro-americana dove, tra l’altro, nessuno immaginò che potesse essere di un bianco (per di più minorenne) quella voce così ricca di groove. L’aver vissuto in Inghilterra in quegli importanti anni per il British Blues fu un piccolo colpo di fortuna che gli permise di fare esperienze al fianco di importantissimi artisti dell’epoca, sia locali che arrivati direttamente dagli States, come Howling Wolf, Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, John Lee Hooker ma, anche, Jimi Hendrix (è di Winwood la parte di Hammond nella celebre versione di “Voodoo Chile), di Joe Cocker e dell’amico Eric Clapton col quale costituì, nel 1969, il supergruppo Blind Faith e per il quale compose la meravigliosa “Can’t Find My Way Home”. Questo in una pausa riflessiva del suo progetto principale, Traffic che dopo l’album iniziale “Mr. Fantasy” e il seguente “Traffic” si separò (mettendo alla luce l’album postumo “Last Exit”) per, poi, ritrovarsi nel 1970 per registrare quello che per tanti è il lavoro più rappresentativo: “John Barleycorn Must Die”, che inizialmente era previsto a nome del solo Winwood ma il ritorno di Jim Capaldi e Chris Wood consigliò di ritornare all’utilizzo dello storico marchio. Meno psichedelico dei precedenti lavori questo disco è una esplosiva miscela di jazz, progressive, folk e rock dove in 6 soli brani esce l’immensità compositiva di Winwood, autore di tutti i brani con l’aiuto di Capaldi. Si parte con uno dei più bei riff di pianoforte supportato dall’organo Hammond in “Glad” che per 7 minuti macina suoni in un perfetto incastro di strumenti fino ad arrivare in una sorta di limbo psichedelico che precede e lancia la seguente “Freedom Rider” dove possiamo sentire la voce black di Steve in una disperata esecuzione dall’assoluta bellezza, mentre tutti gli strumenti arrivano, in un magnifico crescendo, a costruire un finale muro sonoro. Il brano che chiude la prima facciata è “Empty Pages” dai toni prettamente soul giocata magistralmente sulle tastiere del leader. Il lato B si apre con “Stranger To Himself”, ballata molto “southern” con un acido solo di chitarra che mette in grande evidenza l’abilità ma, soprattutto, gusto e personalità del Winwood chitarrista. Ci inoltriamo nella storia della musica con la seguente “John Barleycorn”, una bellissima folk song nella quale riecheggia la tradizione popolare inglese su una bellissima chitarra acustica accompagnata dal flauto di Chris Wood. Chiude l’album “Every Mother’s Son”, un blues di grandissimo spessore dove la band risulta essere stellare e con un solo di organo di gran classe. Un disco, questo, che rimarrà in eterno nella storia della musica e che nella ristampa in CD contiene ben 4 bonus track, le inedite “I Just Want You To Know” e “Sittin’ Here Thinkin’ Of My Love” decisamente minori e che provengono dalle sessions precedenti all’arrivo di Capaldi e Woods, oltre a 2 versioni registrate live al Fillmore East di NYC nel mese di novembre: il grande Bill Graham che presenta poi una interessante “Who Knows What Tomorrow My Bring” seguita da una sempre grande versione di “Glad”. Disco imperdibile per una band tra le mie preferite.

[Antonio Boschi]

 

Traffic – John Barleycorn Must Die (1970)

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