Tut Taylor – Dobrolic Plectral Society foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione

È stato un caso il mio incontro con questo disco di Tut Taylor. La prima volta che mi recai a Parigi, città che adoro, ricordo – siamo nell’estate del 1985 – alloggiavo in un piccolo albergo in Rue Des Écoles, nel 5° Arrondissement. Un giorno girando nel bellissimo Quartiere Latino mi imbattei in un piccolissimo negozio dalla vetrina in legno blu sormontata da una insegna gialla con scritto “Crocojazz”. Ovviamente non esitai ad entrare e potei notare quello che doveva essere un vero paradiso per i cultori del jazz, ma che aveva, in un piccolo settore, strane cose di musica americana. Venni immediatamente colpito dalla copertina di questo album di Tut Taylor che conoscevo per la sua presenza nell’album session assieme a Vassar Clements, Norman Blake, Sam Bush, Butch Robins, David Holland e Jethro Burns del 1975, ma null’altro. Un po’ la bella copertina, ma soprattutto l’etichetta – quella Takoma Records fondata da John Fahey nel 1959 a Takoma Park, nel Maryland – e la presenza di Norman Blake (una garanzia) e Sam Bush mi fecero presupporre che brutto quel disco non poteva esserlo. E in effetti, senza gridare al miracolo, questo “Dobrolic Plectral Society” può considerarsi un buon album, forse un po’ scolastico in alcuni aspetti, ma suonato da veri fuoriclasse in quello che sembra, quasi, un divertimento tra amici che si alternano ai vari strumenti lasciando a Taylor il ruolo principale col suo square neck Dobro. Il titolo dell’album prende il nome della band Aereo-Plain che è anche il titolo di un celebre album di John Hartford pubblicato nel 1971 e che può essere definito come precursore del movimento Newgrass dove troviamo, oltre al titolare e a Taylor, Blake, Vassar Clements e Randy Scruggs. Questi suoni ritornano a tratti anche in Dobrolic che ha l’unico neo di non aver alcuna parte cantata ma che presenta, comunque, parecchi spunti interessanti, soprattutto in quei brani dove Norman Blake regala perle di bravura alla chitarra. Il chitarrista di Chattanooga (Tennessee) e Robert Arthur “Tut” Taylor (Miledgeville, Georgia, 1923-2015) hanno spesso collaborato e tra i due nacque una sincera amicizia tanto che il dobro del georgiano fa bella figura nelle opere “Home In Sulphur Springs” del 1972, “The Fields Of November” (1974) e in “Old And New” dell’anno seguente, senz’altro tra i migliori dell’intera discografia di Blake. Tut Taylor è uno dei più grandi dobroisti bluegrass di sempre e, anche, eccellente mandolinista, con un buon gusto e l’intelligenza di non voler essere un assoluto protagonista e in queste 11 tracce (ma lui suona solo in 9) ce ne da una chiara dimostrazione. L’album parte con la prima delle due songs dove Taylor non suona, ma ne è l’autore: “Wish I Was A Pedal Steel” nella quale tocca a Curtis Burch – dobroista dei New Grass Revival – dare un saggio della sua tecnica in questo brano dal sapore molto nashvilliano, assieme a Butch Robins alla chitarra e Sam Bush al basso. Nella seguente “Black Ridge Ramble” ecco arrivare Blake alla chitarra e il suono si eleva guidato dal barbuto flatpicker. Taylor abbandona il dobro e passa al mandolino in “Griffith Mandolin Society”, altra sua composizione come le precedenti, dove il Gibson A5, già incontrato nell’album di esordio di David Bromberg, duetta con la mandola di Bush e il mando cello di Blake mentre Burch passa alla chitarra e Robins tiene il tempo col suo contrabbasso. “Vamp In The Middle” (John Hartford) è una delle mie preferite con il violino di Bush, Blake alla chitarra e Taylor e Burch a ricamare con le loro chitarre resofoniche. Chiude la prima facciata “Courtesy Of Curtis”, dal sapore più country che ha la stessa formazione a trio del brano iniziale. Ha un andamento tra lo swing e la tradizione hawaiana “California Port Of Entry” che apre il lato B di questo vinile, molto ben suonata anche se non è nelle mie corde, molto di più lo è “Ruff N’ Ready” con ancora Tut al mandolino, Robins al banjo coadiuvati da Blake alla chitarra e Burch al dobro in un delizioso brano in perfetto bluegrass style. “Wabash Blues” è una vecchissima composizione di Dave Ringle e Fred Meinken portata al successo, nel 1921, da Isham Jones e la sua orchestra. Qui rivive in una versione molto più scarna ma non per questo meno interessante grazie al trio Taylor, Blake, Bush, quest’ultimo al basso che viene sostituito da Robins nella seguente “Turnaround”. È una composizione di Curtis Burch “Big Howdy”, e questa volta è lui che non suona e al suo posto troviamo Tut Taylor con Robin ancora al 5 string banjo e Bush al basso. Chiude l’album “Tribute To Oswald” un chiaro tributo a Beecher Ray Kirby (1911-2002), meglio conosciuto come Bashful Brother Oswald, per molti il dobro che ha caratterizzato il suono del primo “Will The Circle Be Unbroken” lo storico successo della Nitty Gritty Dirt Band con tanto di richiamo finale alla sua “Wabash Cannonball”. Un disco che merita grande rispetto dedicato ad uno strumento certamente non tra i più conosciuti e facili da suonare.

[Antonio Boschi]


Tut Taylor – Dobrolic Plectral Society (1976)

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