V.V. A.A. – The London Howlin’ Wolf Sessions (foto Antonio Boschi, WIT Grafica & Comunicazione)Ovvero la “giovane Inghilterra” incontra il Mississippi. Siamo in un momento epocale per il blues, relegato fino a qualche anno prima a triste ricordo di un genere musicale che pareva destinato a scomparire surclassato da quel suo ingrato figlio che proprio negli USA, patria natia, pareva non voler essere riconoscente al “celebre” genitore. Ma in soccorso del blues arrivò quella meravigliosa ondata di artisti inglesi che – capitanati da Alexis Korner – vedevano nel blues americano la fonte per una nuova linfa e dalla quale avrebbero germogliato alcune delle migliori gemme del rock mondiale. Uno dei bluesmen stelle e strisce maggiormenti influenti in terra d’Albione fu, e non a caso, Cester Arthur Burnett, meglio noto col soprannome datogli dal nonno: Howlin’ Wolf (1910-1976). Personaggio attorno al quale sono state costruite tante storie era, invece, un semplice contadino in quel Mississippi dove se eri nero altro non potevi fare, ma che aveva una dote naturale come pochi altri ebbero e avranno in futuro. Questa dote sembrava essergli stata donata dal Diavolo in persona ma la verità è che nessun incrocio misterioso si trovò sul percorso di Burnett ma, al contrario, personaggi fondamentali come Charlie Patton, Robert Johnson e Sonny Boy Williamson II dai quali carpì l’arte di essere un “vero” bluesman e che fece fruttare quando se ne andò – come tanti altri suoi conterranei – in quel Nord a cercare libertà, dignità e fortuna. A Chicago incrociò i fratelli Leonard e Phil Chess che lo vollero nella propria scuderia di veri fuoriclasse del blues e Howlin’ Wolf divenne un vero e proprio mito per intere generazioni, soprattutto in quella Inghilterra degli anni ’60, vera fucina di idee musicali. Abile chitarrista e armonicista aveva, però, nella voce e nel modo col quale interpretava le canzoni il suo vero punto di forza. Coi suoi 130 kg di forza era l’Uomo della porta sul retro (Backdoor Man), il lupo che ululava alla luna, ovvero quanto di meglio per influenzare una giovane generazione di curiosi sbarbatelli bianchi. Fu così che nella primavera del 1970 si imbarcò su un volo transoceanico, assieme al fido amico e chitarrista Hubert Sumlin (1931-2011), con destinazione Olympic Sound Studios di Londra dove li aspettava il produttore Norman Dayron (Chess Records) che, nel frattempo aveva raccolto alcuni pezzi da novanta dell’esplosivo panorama inglese tra cui un Eric Clapton, non ancora vittima del fantasma di sé stesso, il brillantissimo Steve Winwood, e la sezione ritmica degli Stones, ovvero Charlie Watts e Bill Wyman ai quali si aggiunse il pianista Ian Stewart (1938-1985), più una serie di altri musicisti come l’armonicista Jeffrey M. Carp. Le registrazioni iniziarono sotto la guida di Glyn Johns il 2 maggio e terminarono il 7 maggio e nella prima giornata vennero registrate “Goin’ Down Slow”, che apparirà nella DeLuxe Edition uscita nel 2003, e “I Ain’t Supertition” che vedrà in sostituzione di Watts e Wyman – assenti giustificati – il bassista Klaus Voormann e alla batteria Ringo Star accreditato nelle note come “Richie”. Arriva dalle sessions del 4 maggio l’iniziale “Rockin’ Daddy” con le chitarre di “Slowhand” e Sumlin a fare da perfetto sottofondo per l’incredibile voce del leader, mentre le 4 corde del basso sono manovrate da Phil Upchurch. In “I Ain’t Superstition”, celebre brano di Willie Dixon, oltre alle presenze già segnalate, troviamo Winwood all’Hammond e una sezione fiati composta da Jordan Sandke (tromba), Dennis Lansing (sax tenore) e Joe Miller (sax baritono). Arriva dagli anni ’30 e dal repertorio dei Mississippi Sheiks uno dei classici del blues come “Sittin’ On Top Of The World” nella quale fa la sua apparizione all’armonica un bravo Jeffrey Carp mentre al pianoforte siede Lafayette Leake a ricamare sotto le 2 chitarre di Clapton (bello il solo centrale) e Sumlin, mentre i due Stones tengono il tempo con la consueta precisione. Stessa formazione – ma con l’armonica nella grande bocca di Howlin’ – per “Worried About My Baby”, direttamente dalle sessions del 7 maggio e, della medesima giornata, anche “What A Woman” con, ancora Carp, a soffiare tra le ance e Winwood all’organo in questo brano dall’incere ipnotico e particolarmente bello. Chiude la prima facciata di questo LP Chess – uscito nell’estate del 1971 col numero di catalogo CH 600008 – “Poor Boy”, altro grande classico senza tempo del blues. Il lato B parte con “Built For Comfort”, ennesima composizione uscita dalla fervida mente di Willie Dixon (ma quanta gratitudine deve a questo corpulento bassista il mondo del blues) dal piglio quasi R&B. Tenuta un po’ in ombra fino ad ora esce, finalmente, la qualità di Winwood all’organo in “Who’s Been Talking?” prima di entrare in quello che, forse, è il miglior brano di tutto l’album: parliamo di “Little Red Rooster” (indovinate chi ha scritto anche questa?) che dopo uno scampio di opinioni tra Burnett e Clapton su come organizzare le parti di chitarre inizia con le bellissime slide del chitarrista inglese e del bluesman di Greenwood che fanno da apripista al piano di Leake con Wyman e Watts a dare il tempo a un magnifico lupo ululante. Tocca ancora a un ispirato Clapton dare il via a “Do The Do”, sempre e ancora Dixon, appena prima di “Highway 49”, questa volta di Big Joe Williams, e della conclusiva “Wang Dang Doodle” sempre del contrabbassista, arrangiatore e produttore di Vicksburg. Un disco senz’altro non il migliore della discografia di Howlin’ Woolf, dove – però – il suono scarno e rozzo del blues di matrice americana si unisce ai toni più tecnici del nuovo british blues che, però, ha l’umiltà di fare un passo indietro decretando il giusto rispetto per un artista come Howlin’ Wolf che tanto ne merita e che – ancora una volta – rimane il vero protagonista anche in questo disco. Perché il vero Lupo è lui, un gigante con un’anima grande così che seppe anticipare i tempi.

[Antonio Boschi]


V.V. A.A. – The London Howlin’ Wolf Sessions (1971)

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