Difficilmente la colonna sonora di un film ha avuto – anche – una rilevante importanza al di fuori del contesto della pellicola stessa, per la quale ha la capacità di offrire la giusta atmosfera alla storia raccontata. Innumerevoli sono gli artisti coinvolti, dalla musica classica al rock, che hanno contribuito alla perfetta riuscita del film, molto meno sono le colonne sonore che hanno avuto, anche, la capacità di vivere di luce propria e, soprattutto, di ravvivare un genere musicale che stava diventando sempre più di nicchia e “per i soliti noti”. C’è voluta tutta la genialità dei fratelli Coen, registi tra i più interessanti che dalla fine degli anni ’80 sono stati capaci di calare una serie impressionante di assi con veri e propri capolavori della storia della cinematografia mondiale, per poter riportare in auge la musica popolare statunitense ed alcuni dei suoi protagonisti. Dopo 2 capolavori come “Fargo” e “Il Grande Lebowski” Ethan e Joel Coen si sono rivolti a T Bone Burnett per dare, da grandi appassionati di musica, la miglior colonna sonora possibile alla loro storia che, parafrasando l’Odissea di Omero, ripercorre tra tanti parallelismi anche la storia della musica popolare americana durante la Grande Depressione degli anni ’30. Una storia tragica con risvolti comici, grazie alla genialità e all’ironia dei Coen, che racconta di una fuga da un carcere del Deep South di 3 strampalati galeotti interpretati da George Clooney, John Turturro e Tim Blake Nelson che, dopo varie avventure (o disavventure fatte di picconi, segugi, brillantina), arrivano ad incidere un brano musicale che può cambiare il corso della loro esistenza. Un film ricco di citazioni cinematografiche, omaggi a grandi passioni dei 2 fratelli, e irrisorio verso certa mentalità americana (vedasi la scena della cerimonia del Ku Klux Klan) ma, soprattutto capace – come sempre – di valorizzare i vari dettagli contestualizzando perfettamente la storia nel periodo preso in esame. Quindi anche la musica ha una sua precisa identità che va dalle work song (“Po Lazarus”) del campo di prigionia nella scena iniziale, al blues e al folk e alla mountain music degli Appalachi della Carter Family e degli Stanley Brothers. Burnett si è rivolto ad artisti capaci di capire il progetto, per nulla commerciale, ma che doveva avere una propria anima e il risultato è questo bellissimo disco “O Brother, Where Art Thou?” capace di vincere, nel 2002, un Grammy Award come album dell’anno. Un piccolo capolavoro nel capolavoro (è da decidere se è meglio il film o la colonna sonora) che vive momenti di grandissima musica dalle 4 differenti versioni del classico “I Am A Man Of Costant Sorrow” (la hit che ha reso celebri i 3 protagonisti) che vede impegnati un grande Dan Tyminski (allora quasi sconosciuto e dotato di una bellissima voce) in una interpretazione di sola chitarra e i cori dei “Soggy Bottom Boys”, oppure la versione per sola chitarra da parte di Norman Blake, uno dei più grandi chitarristi della storia folk statunitense, l’altra strumentale con protagonista il violino di John Hartford (1937-2001), altro geniale ed illustre nome del folk, oppure la versione più bluegrass sempre con Tyminski e i Soggy Bottom Boys ma con l’aggiunta di Jerry Douglas al Dobro, Barry Bales al basso, Chris Sharp alla seconda chitarra, Ron Blook al banjo, Mike Compton al mandolino e Stuart Duncan al violino. Ma non è solo questo brano che ha reso grande l’album. Impossibile non restare rapiti dalla voce di Allison Krauss che col contributo di Blake, Gillian Welch, Tim O’Brien, David Rawlings ed altri ci regala una meravigliosa versione di “Down To The River To Pray”. E che dire del melanconico Chris Thomas King (che nel film interpreta Tommy Johnson) in uno dei più bei brani blues della storia: “Hard Time Killing Floor Blues” dal repertorio di Skip James. Tra le tante vorrei, infine, segnalare la versione a cappella di “O Death” interpretata dal grande Ralph Stanley (1927-2016) che definire toccante è riduttivo. Ma tutto il disco ha una sua vitalità, una bellezza tutta particolare per una musica che non ha confini e che è stata capace di trasformarsi ed evolversi arrivando ancora vitale ai giorni nostri. “O Brother, Where Are Thou?” (in italiano “Fratello dove sei?”) è un film da vedere e rivedere con una colonna sonora da ascoltare e riascoltare.

[Antonio Boschi]


VV. AA. – O Brother, Where Art Thou? (2002)

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