Sul finire degli anni ’60 toccò ad una band formata per 4/5 da canadesi e da un esponente dell’Arkansas portare in risalto le storiche problematiche tra Nord e Sud degli States, viste dal lato degli sconfitti. Il nome di questo fondamentale gruppo – per chi ancora non ci fosse arrivato – è The Band, capace di presentare un sound legato alla tradizione patriarcale americana, antesignano dell’attuale filone definito Americana. La strada era tracciata e sul finire degli anni ’70 ecco arrivare questo interessante “White Mansions – A Tale From The American Civil War 1861-1865”, uscito per l’etichetta A&M (1978 – SP 6004), che si presenta con una confezione particolarmente curata e accattivante. Nato da un’idea del cantautore inglese Paul Kennerley il disco racconta una storia costruita su personaggi, luoghi ed emozioni della Confederazione sudista durante la Guerra di Secessione, il tutto attraverso la narrazione di 4 differenti protagonisti. A dar voce a questi personaggi troviamo importanti figure del country-rock americano di quegli anni come Waylon Jennings (The Drifter), sua moglie Jessi Colter (Polly Ann Stafford) e due membri della band del Missouri The Ozark Mountain Daredevils, ovvero il cantante e armonicista Steve Cash (Caleb Stone) e il pluristrumentista John Dillon (Matthew J. Fuller). È Waylon Jennings che ha il ruolo di narratore di questa vicenda, tipicamente sudista e ambientata in una caratteristica piantagione del Profondo Sud, durante la sanguinosa battaglia interna che aveva messo in ginocchio l’intera nazione e, soprattutto, quest’area allora particolarmente importante in quanto capitale del mercato del cotone. A questo concept album partecipano altri illustri ospiti come un illuminato Eric Clapton impegnato alla slide e – io che non sono un grandissimo estimatore di Slowhand – devo ammettere perfettamente calato nel ruolo con un suono molto “roots”, Bernie Leadon, co-autore di un brano, Dave Markee, Henry Spinetti, Tim Hinkley e Redena Preston con The Voices Of Deliverance a dar voce agli schiavi. Gli americani sono particolarmente bravi nelle ricostruzioni della loro se pur breve storia, si appassionano e sanno appassionare. Questo album è correlato da un bellissimo libro di 28 pagine con meravigliose fotografie abbinate ai testi e alla storia, alcune delle quali arrivano direttamente dall’archivio della Library Of Congress. La produzione è a cura di Glyn Johns, padre di quell’Ethan che ha incrociato il proprio percorso lavorativo con band come Who, Led Zeppelin, Stones, Dylan, John Hiatt, CS&N, solo per citarne alcuni. White Mansions è disco da ascoltare e da guardare con grande attenzione.


 

White Mansions – A Tale From The American Civil War 1861-1865 (1978)

Un pensiero su “White Mansions – A Tale From The American Civil War 1861-1865 (1978)

  • 22 luglio 2017 alle 16:43
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    Ciao antonio,
    ho ascoltato questo disco e devo dire che sono rimasto piacevolmente sorpreso: essendo un disco del 1978, avevo “il timore” di trovarmi di fronte a degli arrangiamenti levigati e puliti, tipici della seconda metà degli anni ’70, che si stavano avvicinando (ahimé) agli’ 80 e invece è un disco di “Americana”, vero e proprio, col bel sound che tanto amo. Ovvio che accostato ai maestri del genere, la Band di Robbie Robertson & Co., secondo il mio parere, siamo qualche gradino sotto (il groove e il “tiro” di Levon Helm e Rick Danko, hanno pochi eguali nel genere), i brani, sono ritmicamente molto regolari, senza tutti quei cambi ritmici e stacchi, tipici dei suddetti, però è un disco di buone e genuine canzoni.
    La partecipazione di Bernie Leadon (grazie a lui, gli Eagles all’inizio erano un buon gruppo di folk e country, prima di virare verso un pop-rock, che apprezzo molto meno) alla chitarre, banjo e mandolino e di Steve Cash, col suo originalissimo timbro vocale e armonica, danno una bella impronta agreste e roots al tutto. Ho sorriso, quando ho letto della partecipazione di Eric clapton in due brani, ricordandomi che un suo desiderio, è sempre stato quello di suonare la chitarra nella Band se non ci fosse stato Robbie Robertson (meno male che c’era!!!): deve proprio amare il sound Americano!
    L’unica critica la rivolgo alla traccia n.5 The Last Dance & The Kentucky Racehorse, dove l’arrangiamento degli archi, appesantiscono e levigano il pezzo, personalmente nella roots music, li trovo fuori contesto.
    Il disco, comunque entrerà nella mia scuderia!!!
    Ciao e grazie per la dritta!
    Dario

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