Musicassette, foto Antonio Boschi - WIT Grafica & ComunicazioneCi siamo fatti sfuggire un’occasione? Saremo mai in grado di recuperare certe emozioni e, soprattutto, trasmetterle ai nostri figli e nipoti? Chissà, una cosa è certa: l’emozione che si provava quando si faceva una cassetta musicale è difficilmente riscontrabile oggi, soprattutto in quei ragazzi – nostri coetanei di allora – che non sanno nemmeno il significato di questo gesto per noi quasi magico. Il ruolo della musica per le generazioni degli anni ’60 e ’70 è stato un fenomeno sociale che si potrebbe definire di massa, a prescindere dai tipi di ascolti. Da una parte c’eravamo noi “della nicchia” e dall’altra la truppa dei Festivalbar, delle discoteche, dei Baglioni, Giacobbe, Renato Zero e chi più ne ha più ne metta. Erano i nostri nemici, quasi fosse un derby calcistico (ma molto più interessante e intelligente), ma – visto col senno di poi – avevamo una grande passione per la musica che ci accomunava. Oggi, e i dati delle vendite dei dischi e strumenti musicali sono spietatamente concreti e reali, la musica è un fenomeno per pochi, serve solo per far vedere che c’eravamo (vedi il concerto di Vasco Rossi a Modena), ma la musica non è più centrale nella vita delle persone. La musica non regala più emozioni (a loro), né ad ascoltarla e tantomeno a regalarla. Noi che non uscivi se la canzone non era finita, perché non la si interrompe mai, neanche se la sai a memoria. Noi che in macchina non c’era il climatizzatore ma il mangiacassette sempre. Noi che non vedevamo l’ora di farla la nuova cassetta e ti inventavi di dover andare da qualche parte perché la dovevi sentire, magari col finestrino giù perché la tua musica era la migliore. Noi che se ti piaceva una ragazza gliela facevi la cassetta, eccome, e ci mettevi tutto il tuo cuore dentro quelle quindici o venti canzoni, che di più mica ci stavano. E poi facevi anche la copertina, a mano se sapevi disegnare, oppure ritagliavi una pagina da un giornale, se non era di quelli che tenevi con maniacale cura nello scaffale delle cose più preziose. In quella cassetta non c’era tutto il mondo musicale come in un file di oggi, c’erano Neil Young, Bob Dylan, gli Stones, Allman e Dead, il blues e il country ma – soprattutto – c’eravamo noi. Perché quella cassetta era unica e sapeva cogliere e raccontare momenti unici, irripetibili che ancora oggi a distanza di anni sono lì veri e limpidi come allora. Provate, se avete ancora un’auto con il mangiacassette (Vale ed io l’abbiamo), a rimettere una vecchia cassetta e mettetevi a girare in silenzio ed ascoltate. Tutto torna. Quando è stata fatta, quando l’abbiamo fatta debuttare e i viaggi spensierati assieme ad amici che, magari manco ci son più. Ma i ricordi si, quelli non se ne vanno, restano fedeli accanto a te. Come la musica. E adesso diglielo a tua figlia o a tuo nipote che noi si era così. Ma – forse – dovremmo farlo, per il loro bene e anche per il nostro. Forse sarebbe una generazione migliore, che si amerebbe di più e l’odio passerebbe un po’ in seconda fila. Ma per farlo bisogna saperli coinvolgere questi figli che siamo stati noi ad allontanarli, quasi fossimo gelosi delle nostre cassette e dei nostri ricordi e gli abbiamo costruito attorno una società piena di cose inutili ma vuota di musica. E le cassette sono nel cimitero delle cose belle, dove nessuno vuole entrare perché non sanno cosa sia. Riapriamo gli scaffali, svuotiamo le cantine e puliamo le testine impolverate dei mangianastri. Lasciamo ai telefoni il compito di telefonare e lasciamo alle cassette il compito di farci sognare. Quanto sarebbe bello, un po’ come tornare ragazzini.

[Antonio Boschi]


 

Beati noi che facevamo le cassette

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