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(Walk Me Out In) Morning Dew è una canzone che la songwriter canadese Bonnie Dobson scrisse nell’ormai lontanissimo 1961 mentre si trovava a Los Angeles. Un testo che narra del dialogo tra gli ultimi due sopravvissuti (un uomo e una donna) a una catastrofe nucleare, vero incubo del periodo. La Dobson era rimasta profondamente impressionata dal film “On The Beach” (L’ultima spiaggia) diretto nel 1959 da Stanley Kramer con un cast stellare che vedeva protagonisti Gregory Peck, Anthony Perkins, Fred Astaire e Ava Gardner tratto dal romanzo di Nevil Shute, scrittore anglo-australiano. Dopo un suo concerto all’Ash Grove, celebre folk club losangelino, la cantante rientrò a casa assieme ad un’amica che decise di andare a dormire e la Dobson scrisse di getto il testo e la melodia di questo brano che venne pubblicato, per la prima volta, nel 1962 nell’album “Live At Folk City 1962” ed edito dalla Prestige.

Ma al grande pubblico “Morning Dew” arrivò grazie a Fred Neil che volle il brano nel suo album di debutto assieme a Vince Martin, intitolato “Tear Down The Walls”. Grazie a questo disco il cantautore Tim Rose rimase colpito dalla bellezza della canzone, tanto da volerla incidere in un suo album, modificando in parte il testo dopo aver chiesto il permesso all’autrice, trattativa che risultò non convincere del tutto la canadese. Un’altra bella versione live, interpretata sempre da Bonnie Dobson, la possiamo trovare nel bellissimo box edito nel 2001 dalla Rhino e intitolato “Washington Square Memoirs – The Great Urban Folk Boom 1950-1970”.

Ma la definitiva drammatica apoteosi il brano la assumerà con la rivisitazione proposta dai Grateful Dead che – senza ombra di dubbio – eleva questa canzone a vero e proprio capolavoro. Prendendo spunto dalla versione di Neil nelle mani di Jerry Garcia e soci “Morning Dew” si trasforma, si dilata, si riempie di nuove emozioni, trasmesse da questa geniale band, unica ed inimitabile. Tralasciando la registrazione in studio, apparsa nell’omonimo album d’esordio della band californiana, è dal vivo che la canzone assume la sua massima fisicità, convogliando il pubblico e gli ascoltatori in una sorta di trance dove il legame tra artista e pubblico si rafforza ulteriormente, in una sorta di scambio psichico di emotività.

Molti identificano l’esecuzione avvenuta nella celebre notte dell’8 maggio 1977 alla Barton Hall presso la Cornell University di Ithaca (NY) come la miglior versione mai proposta, sostenendo che abbia raggiunto la perfezione totale. Personalmente trovo ancora superiori le due eseguite il 18 ottobre 1974 al Winterland Ballroom di San Francisco (California) e immortalata nel celebre “Grateful Dead Movie” e, soprattutto, quella apparsa nel triplo album “Europe ‘72” e registrata il 26 maggio al Lyceum Theatre di Londra. In questa occasione – era la data conclusiva di un lungo e “particolare” tour dove l’LSD aveva avuto, come sempre, un ruolo abbastanza importante – la band raggiunse uno stato di coesione incredibile, dove la batteria di Bill Kreutzmann (Mickey Hart era fuori gioco, dopo che il padre che gestiva la band aveva sottratto una forte somma alla band) e il basso di Phil Lesh erano quanto di meglio si potesse avere, con l’innesto di Keith Godchaux a supportare Ron “Pigpen” McKernan, ormai debilitato dalla malattia, al piano e le due chitarre, la Gibson ES 335, di Bob Weir e la Fender Stratocaster di Garcia che riuscivano a dialogare in modo stellare, scambiandosi le parti, dove i contrappunti di Weir riuscivano a dare maggior risalto alle linee melodiche che Garcia creava di volta in volta. Linee melodiche che nel secondo solo raggiungono il paradiso con un continuo crescendo di intensità, partendo dalla quella dolcezza infinita che solo Garcia sapeva regalare, fino alla crudezza psichedelica che ci porterà alla chiusura del brano.

In merito a questa esecuzione c’è un simpatico aneddoto raccontato dall’allora tecnico del suono Dennis “Wizard” Leonard, incaricato di mettere su nastro l’intero tour (che vedrà la luce nella sua interezza nel monumentale box “Europe ’72: The Complete Recordings” – 22 date in 73 CD – edito dalla Rhino nel 2011). La volontà era quella di produrre un live album per la Warner, anche per andare a recuperare un po’ delle ingenti spese della trasferta che vide 50 persone volare dagli States verso la “vecchia” Europa. In teoria era prevista anche la realizzazione di un film sul tour, ma i Dead restii a farsi immortalare “offrirono da bere” alla troup, e si sa che quando un Dead ti offre da bere c’è sempre una sorpresa. Insomma i cameramen erano totalmente stonati e impossibilitati a mettere a fuoco le immagini nelle loro telecamere che, così, ci dobbiamo accontentare di qualche misero spezzone visibile nel meraviglioso “Long Strange Trip” che vede Martin Scorsese tra i produttori esecutivi. Durante gli show Leonard era relegato all’interno di un camion con tutta l’attrezzatura per registrare, ma la sera del concerto londinese che chiudeva il tour si accorse che un microfono sopra la batteria pendeva, quindi chiese a Steve Parish di prendere una moneta e andare a stringere la vite. Ma quella sera i quantitativi di LSD utilizzati erano piuttosto alti, tanto che Parish mandò letteralmente il tecnico a farsi fottere che fu costretto ad abbandonare il bellissimo MM 1000 multi-tracce della Ampex che stava macinando chilometri imprimendo note sul nastro magnetico, chiudere il camion e andare sul palco a regolare il microfono. La band stava eseguendo l’interludio che da “The Other One” si incuneava in “Morning Dew” che iniziò proprio nel momento in cui Wiz doveva abbandonare il palco, ma si bloccò per gustarsi il brano da una posizione privilegiata. Garcia si accorse che era lì e che, quindi, sul camion non c’era nessuno, ma continuò a suonare e cantare, felice che tutti fossero assieme alla band in quel momento. Un aspetto che caratterizzava fortemente il gruppo era proprio quello di creare un legame intenso tra pubblico e musica, e in quel frangente si era creata la perfetta alchimia. Arrivato al momento del solo di chitarra Jerry si girò, dando le spalle al pubblico proprio sotto lo sguardo di Leonard. Il suono che usciva dalla sua chitarra era qualcosa di unico e il fonico si accorse che Garcia stava piangendo, totalmente preso dalla musica. Stava suonando per il mondo e quello che resta è uno dei più alti momenti di musica che io abbia mai ascoltato in vita mia.

Non riesco nemmeno ad immaginare cosa si possa aver provato ad essere stati presenti ad un concerto come quello, probabilmente non potrò mai avere una tale emozione, perché ormai la musica ha preso un altro percorso. Fortunatamente restano queste registrazioni, e non finiremo mai – noi deadheads – di ringraziare i Grateful Dead per aver registrato ogni loro esibizione, in quello che è stato un meraviglioso esempio di spirito libertario e di marketing innovativo ed intelligente.


Morning Dew, quando Jerry Garcia pianse sulla sua chitarra

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