Cover di Woodstock MountainsRitorno sul luogo del crimine per un gruppo di musicisti che 5 anni prima (gennaio 1972) si erano ritrovati nell’area di Woodstock, nella contea di New York, per incidere in forma gratuita e autoprodotta una serie di canzoni da loro amate e mai incise. Ne scaturì un capolavoro e cinque anni dopo gli stessi, più alcuni altri artisti, hanno ritentato il colpo su suggerimento degli astuti manager della Rounder Records che avevano capito la grande qualità del progetto, nato quasi per caso e, come spesso accade, diventato un vero e proprio piccolo capolavoro. Sembrava un’impresa difficilmente replicabile quella di riunirsi ed invece, nonostante i vari impegni di ciascun componente di questa bucolica comitiva, buona parte del nucleo originale di “Music Among Friends” – ovvero i due fratelli Happy e Artie Traum, John Herald, Jim Rooney, Bill Keith, Eric Kaz e Lee Berg decisero di affittare nuovamente un cottage sulle montagne attorno a Woodstock per condividere delle giornate in sintonia a proporre e scegliere brani originali e della tradizione statunitense da registrare per il nuovo progetto discografico che vedrà la luce per la storica etichetta del Massachusetts col numero di catalogo 3018. Neve e freddo non impedirono ai quasi venti amici di raggiungere la solitaria costruzione di legno in parte immortalata nella copertina di questo “More Music From Mud Acres” dove costruire l’ossatura delle circa trenta canzoni incise, metà delle quali le possiamo ancora ascoltare con assoluto godimento dopo oltre quarant’anni dalla loro incisione. Trasferitosi presso i Bearsville Sound Studios nella Contea di New York, tra il 13 e il 15 di gennaio, il gruppo dei sopraccitati musicisti con l’aggiunta di Eric Andersen, Pat Alger, Rory Block, Andy Robinson, Paul Siebel, Roly Salley, Ron Sutton, John e Ceci Sebastian e Gordon Titcomb diedero vita ad uno degli album di popular music più interessanti del periodo e “a mente libera”, senza vincoli contrattuali e nel pieno rispetto dei gusti di ognuno dei componenti. Ne scaturisce questa serie di incisioni curate da John Holbrook e Thomas Mark che capirono che dovevano solo lasciare girare i nastri ed il resto sarebbe venuto da sé.

Si parte con la particolarissima voce di John Herald che, accompagnato dalla chitarra, intona la sua bellissima “Bluegrass Boy”, prima che il pallino passi nelle mani di Artie Traum che ci presenta “Cold Front”, dall’incedere jazzato. Dal repertorio di Lester Flatt, uno dei padri del bluegrass, Jim Rooney conduce “Sleep With One Eye Open” dove emerge il banjo di Bill Keith che duetta alla perfezione col violino di Larry Packer. “Killing The Blues” è uno dei brani più intensi dell’album e arriva dal repertorio di Roly Salley che la canta con gran classe. Tocca ad Eric Andersen portarci nell’universo di Jimmie Rodgers con una sentita versione di “Waiting For A Train”, aiutato dai soli Happy Traum al banjo e John Sebastian all’armonica. Della serie pochi ma buoni. “Morning Blues” è un traditional che Sebastian e Happy Traum rendono immortale con le loro voci e le chitarre. Un altro grande della country music qual è Hank Williams non poteva non essere omaggiato ed ecco “Weary Blues” che si porta via la prima facciata come meglio non si poteva, grazie a Paul Siebel, la sua particolare voce, mentre la pedal steel di Gordon Titcomb e il dobro di Ron Sutton regalano un sottofondo da brividi di piacere. I solchi del lato B si aprono con “Mason Dixon’s On The Line”, brano scritto da Pat Alger dalle atmosfere quasi messicaneggianti e di gran classe. “My Love Is But A Lassie Yet” è un tipico traditional di matrice europea che in poco più di un minuto ci mostra la tecnica banjoistica di Bill Keith prima di approdare in “Woodstock Mountain”, aperta dall’Hammond di Richard Bell e dove John Herald ci canta la sua storia prima che le incantevoli voci di Rory Block e Lee Berg ci portino indietro nel tempo col brano “Long Journey” dal repertorio della Watson Family, in una delle più toccanti interpretazioni di questo album. Anche col traditional “Sally Ann” il nostro viaggio all’interno degli Appalachi è più che mai veritiero e soddisfacente, grazie alla bravura dei fratelli Traum, di Bill Keith, Jim Rooney, Ron Sutton e Larry Packer, oltre a Roly Salley al basso. “Barbed Wire” è una bellissima canzone di Artie Traum, di quelle che per alcuni anni ci saprà regalare con eleganza e gusto. “Whole World ‘Round” è la tipica melodia britannica, resa celebre dai Dillards e qui ripresa magistralmente grazie alle voci femminili ancora di Lee Berg e Rory Block mentre, alle loro spalle, Artie Traum e Pat Alger con le chitarre, Gordon Titcomb al mandolino e il banjo di Happy Traum ci portano vicini al paradiso dove arriviamo definitivamente grazie ad una struggente versione di “Amazing Grace” con le sole armoniche di John Sebastian e Paul Butterfield a dirci che con poche note, ma ben calibrate, si possono varcare i cancelli dell’Eden.

Dicevano che faceva un gran freddo in quel gennaio del 1977 a Woodstock, ma il calore uscito da questo disco è quanto di meglio ci si possa aspettare da un gelido inverno. Ce ne fossero di così freddi.

[Antonio Boschi]


Woodstock Mountains – More Music From Mud Acres (1977)

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